mercoledì 21 maggio 2008

"Me ne care ancora"

Domenica si è svolta la marcia di Barbiana, una marcia per ricordare don Milani e per chi crede nella scuola di tutti e di ciascuno.
Domani, a Trento, ci sarà l’incontro di presentazione degli atti del seminario “Don Lorenzo Milani – In parole povere”.
Della figura e dell’opera del Priore si è scritto anche ne “Il Quinto autore”, un’antologia (406 pagg.) che abbiamo creato con i colleghi/corsisti di Scienze della Formazione di Padova, nella quale sono riuniti brevi elaborati (i criteri imposti erano molto rigidi, max 2000 caratteri per autore) su autori da noi prescelti. Una pagina su don Milani:


Katia Stedile - "Il quinto autore" - Tutor: Rinalda Montani

TESTO: Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa quarant’anni dopo, seconda edizione speciale, a cura di M. Gesualdi, Fondazione don L. Milani, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2007.

MOTIVI DELLA SCELTA: A quarant’anni dalla pubblicazione della “Lettera a una professoressa” e dalla morte di don Milani, la ricchezza dell’esperienza di Barbiana è ancora attuale e induce sempre nuove riflessioni. Nell’ambito di questo lavoro - ripensare la relazione educativa sullo sfondo della Dichiarazione dei diritti dell’infanzia - mi sembra significativo soffermarmi sui concetti di “parola”, “cittadinanza attiva” e relazione educativa.

FRAMMENTI DELL’OPERA[1] E AUTORI DI RIFERIMENTO

Con “Lettera ad una professoressa” don Milani dà voce a chi non ha voce: sono i ragazzi poveri che prendono la parola, e lo fanno denunciando la scuola italiana, classista, autoreferenziale, “Un ospedale che cura i sani e respinge i malati” (p. 20); una scuola che aveva dimenticato l’art. 3 della Cost. “Ma voi avete più in onore la grammatica che la Costituzione” (p. 19).

“La scuola ha un problema solo. I ragazzi che perde […]

A questo punto gli unici incompetenti di scuola siete voi che li perdete e non tornate a cercarli. Non noi che li troviamo nei campi e nelle fabbriche e li conosciamo da vicino.[…]

Allora le cifre si mettono a gridare contro di voi. Dicono che di Gianni ce n’è milioni e che voi siete o stupidi o cattivi”. (p. 35)

“Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati. Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi”. (p. 60).

“Anche i signori hanno i loro ragazzi difficili. Ma li mandano avanti.” (p. 61)


“Solo i figlioli degli altri qualche volta paiono cretini. I nostri no. Standogli accanto ci si accorge che non sono. E neppure svogliati. O per lo meno sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci dev’essere un rimedio.

Allora è più onesto dire che tutti i ragazzi nascono eguali e se in seguito non lo sono più, è colpa nostra e dobbiamo rimediare”. (p. 61)

L’istruzione per Don Milani era uno strumento per dare uguaglianza delle classi sociali più svantaggiate. A Barbiana si studiavano le lingue, soprattutto l’italiano, perché la parola è liberante, si imparava a vivere, ad essere uomini e cittadini sovrani.

Don Milani fa coincidere l’evangelizzazione con la presa di coscienza (Freire), e la coscientizzazione con la scuola, con il possesso e l’uso della parola, in una prospettiva in cui teologia e pedagogia si incontrano.

Per fare scuola bisogna “essere”, insegnare attraverso l’esempio, porsi in atteggiamento di ascolto, educare i giovani a costruire un mondo migliore. “I Care”: io mi faccio carico dei problemi.

I bambini, i ragazzi percepiscono ciò che realmente siamo, hanno bisogno di essere accolti e ascoltati nella relazione autentica. “Per fare bene in un mondo ingiusto […] ci vuole una sorta di testimonianza etica”, “per dare un senso alla vita”.[2]

Occorre intercettare i bisogni dei bambini come diritti e partire dagli ultimi, dai “milioni di ragazzi che aspettano di essere fatti uguali”. “Carriera, cultura, famiglia, onore della scuola, bilancino per pesare i compiti. Son piccinerie. Troppo poco per riempire la vita d’un maestro.

Qualcuno di voi se n’è accorto e non ne sa sortire. Tutto per paura di quella benedetta parola. Eppure non c’è scelta. Quel che non è politica non riempie la vita d’un uomo d’oggi.

In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti eguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità.” (p. 80)

La rivendicazione dell’uguaglianza è conquista culturale e padronanza della lingua. I ragazzi di Barbiana attraverso la padronanza della lingua ponevano una questione di sovranità: la lingua fa uguali, la lingua dà dignità, il dominio della parola dà potere alle classi subalterne nella neonata democrazia.

"Perché è solo la lingua che fa uguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l'espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli."

"Tentiamo invece di educare i ragazzi a più ambizione. Diventare sovrani! Altro che medico o ingegnere." (p. 96)

Don Milani non cerca solo il riscatto materiale degli ultimi, non lotta solo per il miglioramento delle loro condizioni di vita: cerca la pienezza dell’essere umano che sta nell’agire responsabile. Responsabilità è libertà.

Funzione della scuola è rimuovere le disuguaglianze e portare tutti i ragazzi ad un livello culturale tale da renderli sovrani e partecipati della loro vita sociale. La dimensione dell’essere dà un senso compiuto al sapere, all’esperienza scolastica.

Nel panorama attuale in cui emergono nuove povertà - i diversi, gli stranieri, i più deboli - dove si avverte un diffuso senso di isolamento, di disorientamento, di precarietà e di paura, occorre riproporre con forza il primato dell’educazione dei processi educativi e formativi partendo dalla persona, dalla scuola, dall’extrascuola.

“Perché non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti eguali fra disuguali”. (p. 55)

“Perché il sogno dell’eguaglianza non resti un sogno vi proponiamo tre riforme.

I – Non bocciare.

II – A quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno.

III – Agli svogliati basta dargli uno scopo.” (p. 80)

La scuola, anche oggi, costituisce la prevenzione migliore per i quartieri degradati (Progetto Chance, Rossi Doria).[3]

“Non c’era ricreazione. Non era vacanza nemmeno la domenica.

Nessuno di noi se ne dava un gran pensiero perché il lavoro è peggio. Ma ogni borghese che capitava a visitarci faceva una polemica su questo punto.

Un professorone disse: “Lei reverendo non ha studiato pedagogia. Polianski dice che lo sport è per il ragazzo una necessita fisiopsico…”

Parlava senza guardarci. Chi insegna pedagogia all’università, i ragazzi non ha bisogno di guardarli. Li sa tutti a mente come noi si sa le tabellone.

Finalmente andò via e Lucio che aveva 36 mucche nella stalla disse: “La scuola sarà sempre meglio della merda”.

Questa frase va scolpita sulla porta delle vostre scuole. Milioni di ragazzi contadini son pronti a sottoscriverla.” (p. 12-13)

La scuola “è meglio”, ma a determinate condizioni, che vanno esaminate di volta in volta, calandole nel contesto specifico, riferendosi a nuove categorie, all’empowerment. [4]

Guardare alla scuola dal lato degli ultimi significa farne luogo di inclusione sociale, dare ai bambini cittadinanza, diritto, attraverso la parola, mettendosi in gioco, collocando l’azione educativa entro la cornice dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU. Marco Rossi Doria scrive: “I diritti di bambini e ragazzi, spesso negati anche formalmente per anni, ora vengono riconosciuti de jure quasi dappertutto" tuttavia “tutti sono concordi nel rilevare che siamo di fronte a un gigantesco e crescente attacco alle prime età della vita, un attacco macroscopico nel Sud povero del mondo ma che certo non risparmia il Nord ricco".[5] "La forbice tra ricchi e poveri nel mondo va aumentando" nel mondo e in Italia.”[6]

A Barbiana l’educazione dava centralità all’allievo e la pratica d’insegnamento era fondata su un rapporto dialogico, spostando l’attenzione dai saperi alla persona. Attraverso il dialogo e il confronto educatore e bambino si mettono in gioco, relativizzando i propri punti di vista e le proprie idee, cercando nuove prospettive e pervenire così alla condivisione e integrazione. Similare è il percorso di educazione morale descritto da Pestalozzi nella lettera dell’esperienza di Stans.[7]

Nella relazione dialogica, “riscoperti spazi di condivisione, espressione, partecipazione, ognuno dà e riceve specifica umanità, in un flusso dialogico interrotto, volto a volto, che nulla toglie all’autorevolezza della guida e più si addice alla fioritura dell’umano”.[8]

Gli insegnanti “devono essere dei maestri di strada. Lo devono esser anche se rimangono a scuola: nel senso di inventare, costruire una vera relazione educativa come in un viaggio a cui si appartiene integralmente, lungo la strada…”,[9] chinandosi e accovacciandosi dinanzi al bambino, per avere lo sguardo alla sua altezza, per abitare insieme lo spazio della piccola quotidianità e il tempo dilatato e lento, largo perché la parola possa entrare.[10]

Bisogna "coinvolgere emotivamente i ragazzi", partire "dalla relazione", che "in qualche modo precede la comprensione o quanto meno la condiziona potentemente": essa "la chiave di volta, il centro."[11] “Un educatore - scrive Korczak - “non schiaccia ma libera, non trascina, ma innalza, non opprime ma forma, non impone ma insegna, non esige ma chiede”.[12]

L’esperienza di Barbiana suggerisce di riconsegnare all’infanzia i tempi e gli spazi che le spettano: il concetto greco del tempo scholé, il tempo vuoto, del non far niente, il tempo perso, per una ripresa del tempo psicologico, vissuto, sul tempo meccanico, collettivamente scandito, per una rivincita di kairòs su chrònos.[13]

Lo spazio, come nella scuola nell’asram di Santiniketan (Tagore): ambiente familiare, ricco di amabilità, tra antichi alberi e spazi aperti; l’insegnamento affiora da una vita semplice, libera, creativa, dalla mancanza di superfluità, dall’esercizio di critica e autogoverno, e trae alimento da un’atmosfera favorevole alla crescita intera, esteriore ed interiore.[14]



[1] Le citazioni evidenziate sono di: Scuola di Barbiana, Lettera ad una professoressa quarant’anni dopo, seconda edizione speciale, a cura di M. Gesualdi, Fondazione don L. Milani, Libreria Editrice Fiorentina, Firenze 2007.

[2] Marco Rossi Doria, Di mestiere faccio il maestro, L’ancora, Napoli 1999, pp. 20-141.

[3] Marco Rossi Doria, Di mestiere faccio il maestro, L’ancora, Napoli 1999, p. 178.

[4] Ibidem, pp. 41-42; 46-47-48.

[5] Ibidem, p. 27.

[6] Ibidem, da p. 29 a 39.

[7] E. Toffano Martini, Ripensare la relazione educativa, La Biblioteca Pensa MultiMedia, Lecce 2007, pp. 227-228-229.

[8] Ibidem, p. 11.

[9] Marco Rossi Doria, Di mestiere faccio il maestro, L’ancora, Napoli 1999, p. 144.

[10] E. Toffano Martini, Ripensare la relazione educativa, La Biblioteca Pensa MultiMedia, Lecce 2007, p. 216.

[11] Marco Rossi Doria, Di mestiere faccio il maestro, L’ancora, Napoli 1999, p. 44.

[12] E. Toffano Martini, Ripensare la relazione educativa, La Biblioteca Pensa MultiMedia, Lecce 2007, p. 211.

[13] Ibidem, pp. 48-49.

[14] Ibidem, pp. 225-226



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